Ugo Pellis

Ritratto di Ugo Pellis
al tempo del suo viaggio di ricerca in Sardegna


Biografia
Ugo Pellis nasce il 9 Ottobre 1882 a Fiumicello (UD). Dopo le scuole primarie, frequenta lo Staatsgymnasium di Gorizia. In seguito s'indirizza agli studi di filologia e linguistica romanza e germanica. All'Università di Innsbruck, lavora sotto la guida di Theodor Gartner (1843-1925), pioniere delle ricerche sulle lingue retoromanze. Successivamente Pellis si trasferisce all'Università di Vienna. Finiti gli studi ottiene una cattedra di Lingua e letteratura italiana al Liceo di Capodistria e, successivamente, al Liceo «Petrarca» di Trieste. Le sue prime indagini risalgono all'inizio del Novecento. Dal 1907, i suoi scritti appaiono regolarmente sulle riviste scientifiche friulane, quali la goriziana «Le Nuove Pagine» e «Forum Julii». Nel primo decennio del secolo pubblica inoltre le sue prime prose in lingua friulana (La ciana gargàna, Al rusignùl svuarbat). La sua attività scientifica s'intensifica col trascorrere del tempo, inquadrandosi metodologicamente nell'ambito delle grandi indagini linguistiche volte alla costruzione di aree culturali sulla base di tratti geofonetici. Da tali ricerche deriveranno i primi grandi Atlanti linguistici, come l'Atlas Linguistique de la France, pubblicato dal 1902 e il 1910 dal linguista francese di origine svizzera Jules Gilliéron, il Deutscher Sprachatlas di Georg Wenker e Ferdinand Wrede (1926-1956) e Sprachund Sachatlas Italiens und der Südschweiz degli zurighesi Karl Jaberg e Jakob Jud (1928-1940). Nel clima di grande fervore per la filologia, Pellis è fra i fondatori della Società Filologica Friulana (1919) di cui sarà presidente, dal 1920 al 1923.
Negli anni a seguire egli partecipa all'ideazione, formulazione e stesura dell'Atlante Linguistico Italiano (ALI), progetto guidato da Matteo Bartoli dell'Università di Torino, dedicandosi in particolar modo alla stesura e alla sperimentazione della ricchissima scheda da campo (il celebre «Questionario») che sulla centralità del dato linguistico permette al ricercatore di restituire un'immagine profonda e articolata del sistema di tratti culturali locali correlati all'argomento in questione. Tale applicazione gli procurerà la concessione dell'esonero dall'insegnamento, che gli sarà concessa l'11 Dicembre 1924 dal Ministro dell'Istruzione, per potersi dedicare pienamente alle sue amate ricerche filologiche. Dal 1925 al 1943, il filologo friulano compie così numerosi e continui rilevamenti linguistici in Italia e nelle zone alloglotte dell'Istria e della Dalmazia, sempre con la massima serietà e fedeltà al suo metodo d'indagine. Il suo maggior contributo alla ricerca filologica italiana è probabilmente dato dai tre anni di ricerca sul campo che trascorre in Sardegna dal Dicembre del 1932 al Giugno 1935. La documentazione filologica e fotografica raccolta durante i sette viaggi nell'Isola costituiscono quasi un terzo di tutta la sua attività di ricercatore. Prima di spegnersi a Gorizia il 17 Luglio del 1943, avrà indagato 727 delle mille località previste dalla sua ricerca, lasciando un materiale immenso di carattere linguistico e fotografico che attende ancora oggi di essere in buona parte indagato in tutta la sua ricchezza.


Premessa - Nel Dicembre del 1932, il filologo friulano Ugo Pellis inizia un lungo viaggio di ricerca attraverso la Sardegna, che lo porterà, nel volgere quasi ininterrotto di tre anni, a indagare sistematicamente la struttura e le peculiarità della lingua sarda, per la stesura del celebre Atlante Linguistico Italiano. Nel corso del suo lavoro «nobilissimo ma gravissimo», in parte insieme alla moglie Nelda, Pellis visiterà 124 località diverse dell'Isola, percorrendo a piedi, sul dorso di muli e sulle traballanti ruote d'una Balilla donata dal Duce, targata TS 1162, migliaia e migliaia di chilometri, col suo carico di album d'illustrazioni, di questionari filologici, di taccuini da campo e di carte geografiche, che lo facevano spesso apparire agli occhi della gente un personaggio misterioso e buffo. Nel suo bagaglio anche un corredo di lastre fotografiche (poi di pellicole) utilizzate per ritrarre la realtà che circondava il suo universo di parole: uomini e cose che, nell'immaginario dello studioso educato a Vienna e a Innsbruck si configurarono, sin dall'inizio, come una sorta d'inesauribile campionario di archetipi della «mediterraneità».



La Balilla adoperata da Pellis nei suoi viaggi attraverso la Sardegna, in una foto che ritrae in primo piano un uomo in costume maureddino di Palmas Suergiu. 27 Gennaio 1933. Inv. 1810

Pellis prepara il suo viaggio con cura meticolosa, studiando attentamente tutte le fonti bibliografiche a quei tempi disponibili. In particolare, fa tesoro dei lavori dell'illustre filologo tedesco Max Leopold Wagner (1880-1962), cui si deve una parte significativa delle conoscenze ancor oggi fondamentali sulla lingua e sulla cultura materiale del popolo sardo. Le prime interviste di Pellis sono quelle fatte nell'Aprile del 1929 ai militari della Brigata Sassari di stanza a Trieste con i quali comincia a impratichirsi dell'oggetto della sua ricerca. Il lavoro sul campo è attentamente pianificato. Pellis sbarca a Cagliari nei primi giorni di Dicembre del 1932 e intraprende un viaggio sistematico attraverso le località dell'Isola. Il suo sistema consiste nel trovare degli epicentri linguistici e culturali distanti fra loro lo spazio di una mezza giornata di viaggio. Da un epicentro si muove poi per svolgere le sue inchieste in località generalmente entro una trentina di chilometri dal punto di partenza. Muovendosi da un epicentro a un altro, ne approfitta per fermarsi in una o due località lungo la strada, così da «massimizzare» la resa del suo lavoro. Pellis è davvero infaticabile. La sua inchiesta linguistica tocca 170 tappe disegnando così sulla carta della Sardegna un'immaginaria fitta ragnatela di tratti culturali che costituisce ancor oggi una delle immagini più cogenti dell'Isola, setacciata con l'animo del filologo e con un'intima sensibilità d'artista. La ricerca di Pellis richiede sette diversi viaggi, ciascuno dedicato per lo più ad un settore geografico dell'Isola che corrisponde, ad una o più regioni storiche, per un totale di 440 giorni di lavoro. Il viaggio più lungo è il primo, attraverso il Campidano, il Sulcis-Iglesiente e via lungo la parte occidentale dell'Isola sino a Bosa. Il secondo viaggio è dedicato ad alcune località particolarmente isolate del Montacuto e delle Baronìe e dura soltanto 31 giorni. Il terzo viaggio lo porta ad attraversare l'Ogliastra da nord a sud, verso il Sàrrabus, il Gerrei e la Trexenta. Il quarto viaggio, che dura due mesi, è dedicato alla parte centro-meridionale dell'Isola e tocca 29 diverse località del Barigadu, del Sarcidano, della Marmilla, della Trexenta e dell'Ogliastra, e inoltre i paesi di Seùi e Meana Sardo. Il quinto viaggio, negli ultimi due mesi del '34, si svolge interamente attraverso le Barbagìe. Il sesto viaggio lo conduce nella parte nord-occidentale dell'Isola (Sassarese, Meilogu, Anglona). Il settimo viaggio con il quale conclude la sua ricerca sistematica nelle località dell'Isola copre la parte centrale e orientale della Provincia di Sassari, soprattutto nelle regioni storiche del Gocèano, del Montacuto e della Gallura.

Nella tabella sottostante sono sintetizzati sinotticamente i sette viaggi realizzati da Pellis, la loro durata, le regioni storiche attraversate, il numero di tappe e di comuni toccati e le principali località di cui il suo esteso e meticoloso reportage ci ha lasciato testimonianza:



La visione fotografica - La fotografia di Pellis è quasi un riflesso condizionato della sua fondamentale attitudine filologica, e la parola italiana «indagine» non potrebbe trovare probabilmente miglior declinazione di quella che assume nel suo immenso lavoro di lettura e testimonianza della realtà linguistica e culturale sarda. Le fotografie fanno il paio con i meticolosi Questionari linguistici che egli impartisce alle centinaia di suoi informatori: sono immagini di un nitore inerme, sono scarne e, almeno apparentemente, prive di ogni intento decorativo. Pellis ritrae col sotteso proponimento di rendere essenziali le cose e le persone, di restituirle al loro contesto lessematico, di evidenziarne i tratti compositivi e i legami, all'interno di un sistema/cultura idealmente ricalcato sul sistema/lingua che emerge dal lavoro di ricerca sul campo, attraverso il quale compone il suo Atlante. Pellis mette in posa il mondo e così facendo, la sua fotografia, che è priva di un dichiarato interesse artistico finisce, quasi paradossalmente, per esprimere il paradigma di una visione culturale che, nella sua irriducibile volontà analitica e nella sua scabra assenza di simboli, produce un modello stilistico e dunque è arte. Un modello -fra l'altro- che si adatta magnificamente alla semplicità e all'incantevole naturalezza dei paesaggi e della cultura sarda.



Cartolina d'epoca sulla quale Ugo Pellis annotò a penna la nomenclatura delle parti del costume maschile di Iglesias. 1933.

Il Fondo Pellis - Quanto rimane del patrimonio dei negativi fotografici realizzati da Pellis nei suoi tre anni di lavoro in Sardegna è oggi custodito dalla Società Filologica Friulana di Udine (SFF) che ne ha curato recentemente una prima schedatura digitalizzata secondo gli standard dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Rispetto al totale dei 7.156 negativi, su lastra e su pellicola, le immagini relative alla Sardegna costituiscono, non solo per numero (30,42% del totale), la parte più rilevante dell'archivio. Ciascun negativo è conservato all'interno di una taschina sulla quale sono annotati con cura: la data e il luogo di ripresa; il numero progressivo; la località e il soggetto fotografato; la categoria ideologica di appartenenza; la trascrizione fonetica dei soggetti e, a volte, qualche breve appunto grafico, oltre ai dati tecnici della ripresa fotografica (tempo di esposizione e apertura del diaframma). La SFF conserva inoltre tre brevi scritti di Pellis sulle lingue sarde: Note sul gergo sardo del 1933, Cinquanta inchieste linguistiche in Sardegna del 1934 e Urzulei del 1935, nonché il testo della comunicazione tenuta, nel 1936, al terzo Congresso Nazionale di Arti e Tradizioni popolari di Roma, intitolata Del gergo d'Isili di Sardegna. Il progetto di ricerca - Dal 2005, il Museo delle Culture di Lugano, insieme a una serie di prestigiosi partner internazionali, dedica le attenzioni della sua ricerca al tema dell'esotismo e, in particolare, alle peculiarità e ai caratteri della visione delle culture nell'opera dei grandi fotografi del Novecento. Il lavoro consiste concretamente
nella recensione, e quando necessario, nell'ordinamento del contenuto di un fondo fotografico di carattere tematico (etnologico) e nella sua analisi, sia dal punto di vista dei significati storico-culturali, sia dal punto di vista della rilevanza estetica delle opere. A seguito di tale lavoro, sono selezionati all'interno del Fondo in questione un certo numero di negativi che, nel loro insieme, esprimono compiutamente una sintesi dei valori portanti e della rilevanza della narrazione fotografica. I negativi sono poi adoperati per riprodurre su carta baritata, come stampe d'arte, una quarantina di opere che divengono l'oggetto di un'esposizione temporanea itinerante. Gli esiti del percorso di ricerca costituiscono altrettanti saggi critici che approfondiscono il tema in questione in un'ottica multifocale e accompagnano, in catalogo, la riproduzione delle opere esposte. L'obiettivo del progetto di ricerca è, a medio termine, quello di disporre di una sorta di vera e propria «mappa» dei modi in cui l'Occidente ha guardato (e giudicato) l'Altro cosicché, attraverso un'intrigante esplorazione dei contorni di un oggetto d'arte, si possa progressivamente approfondire, a diversi livelli, i meccanismi antropologici di costruzione della realtà.

Il percorso espositivo
Il percorso espositivo presenta 36 (trentasei) opere riprodotte a partire dai negativi di Pellis conservati dalla SFF, stampati su carta baritata dalla tipografia d'arte Fotociol di Casarsa della Delizia (UD). La logica sottesa dell'esposizione è quella di un continuo gioco di rimandi visivi fra gli oggetti e le persone ritratte, che compone la rete della complessità degli aspetti della cultura locale, indagati filologicamente dallo studioso udinese. Si tratta di un percorso sorprendente, dagli esiti antropologici e visivi tutt'altro che scontati. Fra i temi portanti, oltre alla già citata «mediterraneità archetipica» della visione di Pellis, vi sono la «friulanità» nella struttura dell'approccio alla cultura materiale e alla vita quotidiana delle genti di Sardegna e l'applicazione visiva dei principi filologici che governavano la ricerca positivista alla quale Pellis fu educato nei suoi anni di studio in Austria. Il catalogo - Gli esiti della ricerca e le opere esposte compongono il catalogo dell'esposizione che è pubblicato dalla Giunti di Firenze come quarto volume della Collana «Esovisioni». Il catalogo ha un formato 26,5×22,5 cm ed è di 224 pagine. Tutte le opere in mostra sono riprodotte in duotono con una pagina bianca di rispetto. L'opera contiene le Prefazioni dell'Avv. Giovanna Masoni Brenni, Capo Dicastero Attività culturali della Città di Lugano, del Dott. Maurizio Buora, Direttore dei Civici Musei di Udine, del Prof. Giorgio Pellegrini, Assessore alla Cultura del Comune di Cagliari, e del Prof. Luigi Reitani, Assessore alla Cultura del Comune di Udine. I contributi critici sono realizzati da Alessia Borellini, ricercatrice del Museo delle Culture e coordinatrice del progetto «Esovisioni»; Francesco Paolo Campione, Direttore del Museo delle Culture e professore di Antropologia culturale dell'Università degli Studi dell'Insubria (Como); Lorenzo Massobrio, Presidente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Torino e Direttore dell'Atlante Linguistico Italiano; Stefano Perulli, ricercatore della Società Filologica Friulana; Gian Franco Ragno, professore di Storia della Fotografia della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana. Il catalogo è inoltre arricchito dal saggio del 1935 riguardante l'indagine svolta da Ugo Pellis nel paese di Urzulei.

Sedi espositive
L'esposizione, nata sulla base di un accordo di cooperazione scientifica italo-svizzera, sarà itinerante durante tutto l'anno 2009, toccando le Città di Udine (Gennaio-Aprile), Lugano (Giugno-Settembre) e Cagliari (Ottobre-Gennaio). Ad ospitare l'esposizione saranno le seguenti prestigiose sedi museali appartenenti alle rispettive Città: Galleria fotografica comunale Tina Modotti.
L'ex Mercato del Pesce del centro cittadino è riaperto al pubblico, cambiando nome e destinazione d'uso, proprio in occasione dell'inaugurazione di Uomini e Cose. Lo storico edificio liberty di via Paolo Sarpi, infatti, d'ora in poi sarà intitolato alla celebre fotografa Tina Modotti, diventando uno spazio permanente per l'esposizione di opere fotografiche, sia provenienti da fuori città, sia conservate nel ricco archivio dei musei cittadini.

Heleneum (Museo delle Culture della Città di Lugano) ospita sin dalla sua nascita, nel 1985, il Museo delle Culture. La villa in riva al Ceresio fu fatta costruire fra il 1930 e il 1934 da Hélène Bieber, una volitiva signora cosmopolita che vi abitò sino al 1967. Dal 1969 al 1971 l'Heleneum fu la sede di corsi di perfezionamento pianistico tenuti da Arturo Benedetti Michelangeli. In seguito la villa ospitò l'Istituto Ticinese di Alti Studi, diretto da Elémire Zolla e, fino al 1976, l'Istituto Dalle Molle che operava nel campo dell'intelligenza artificiale.

Centro Comunale d'Arte e Cultura del Ghetto degli Ebrei (Città di Cagliari) sorge sul bastione di Santa Croce, a picco sulle mura di cinta del quartiere di Castello. L'edificio nacque nel 1738 come caserma militare intitolata al re sabaudo Carlo Emanuele III. Progettato dagli ingegneri dell'esercito piemontese, doveva ospitare il reparto dei «Dragoni», ed ebbe funzioni militari fino alla fine dell'800 quando fu ceduto a privati e trasformato in piccole abitazioni. L'impropria denominazione di «Ghetto degli Ebrei» deriva dal fatto che, nella zona delimitata fra la via Santa Croce e la via Stretta, vi fu realmente fino al 1492 il quartiere ebraico, prima che i reali di Castiglia ed Aragona (allora la Sardegna faceva parte di quel regno) scacciassero gli Ebrei da tutti i loro territori. Dal 2003, dopo un attento restauro, il Ghetto è divenuto un centro culturale polifunzionale che accoglie al suo interno anche il «Museo delle Torri e dei Castelli di Sardegna».


Presenta:
Museo delle Culture, Lugano, Switzerland.

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updated 05.07.16



 

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