Sono nato ad Anversa nel 1951. Ho radici irlandesi, belghe, inglesi e russe.
Abito a Porto Ceresio dal 1986.
In qualche modo sono proprio le mie quattro pareti e il tetto sovrapposto che mi hanno costretto a ritrovare un agio con la quotidianità che negli anni precedenti avevo perso.
Comincio a capire il valore della “cornice”, la necessità di un quadro dentro cui lavorare, il concentrarmi su un determinato soggetto.
Van der Weyden dipinse una donna, un ritratto che esprime un mondo che non vorrei fosse il mio, ma le mani della donna si appoggiano sulla cornice, segno della possibilità di uscirne, anche se per esserci dentro ed uscirne occorre un grosso lavoro.
Il ritratto di donna di Antonello da Messina che porge la mano in avanti, quasi a dirci di fermarci a riflettere, è un altro quadro che mi tocca: lo intendo come un quadro che mi può indicare qualcosa, che può aiutarmi a trovare la strada.
Il mio iter artistico ebbe origine in una scuola assai rigida, in un ambiente poco aperto all’arte. Poi frequentai la scuola d’arte di Zurigo e le porte cominciarono a presentarsi di fronte a me. Sentii un naturale istinto prediletto verso il disegno e verso qualche insegnante “buono”, come quello di storia dell’arte, che contrariamente al mondo di oggi che ci bombarda di innumerevoli immagini, si concentrò per diverse lezioni, unicamente, su un disegno di Durer: il ritratto della madre.
Dopo Zurigo continuai ad esprimermi con il disegno, mi dedicai ai più svariati studi e lavorai in un mondo a parte, molto ermetico. Ebbi diverse soddisfazioni e riconoscimenti per il lavoro svolto.
Fu la mia prima visita a Firenze nel ’78 a togliermi dal bosco ermetico: scoprii la città e il paesaggio incantevole delle colline fiorentine. Il contadino toscano mi diede la mano per trovare il nesso tra la natura e l’uomo: quanto amavo quella gente e il suo rapporto con la terra! Andavo in giro a disegnare, a notare ed a acquerellare delle cose che mi piacevano…
Poi ripresi ad essere uno studente. Insieme ad altri giovani artisti di diversa provenienza, la mia ricerca mi portò a conoscere un altro mondo – La Toscana – orientandomi verso una nuova direzione: esprimere la figura umana diventò il mio unico, vero interesse, concepita nella linea decisa di Schiele piuttosto che nella plasticità che mi sfuggiva di Pontormo, sebbene riconoscessi a quest’ultimo la ricchezza e l’intensità degli studi al riguardo.
Un gruppo itinerante di ragazze francesi che presentavano un circo nel cortile degli Uffizi mi fece notevole impressione e mi diede nel frattempo l’opportunità di una maggiore consapevolezza di un altro mondo che amavo: il mondo degli artisti ambulanti, il fascino della casa sulle ruote, la vita nomade: quella che appare in qualche opera di Chagal al suono del violino, oppure quella tanto ben descritta da Gabriel Marquez in un paragrafo del libro “Cento anni di solitudine”.
Come un fuoco che improvvisamente si spegne, la mia vita fiorentina terminò ad un tratto e il mio circo si allontanò, trovando altre situazioni, rivisitando anche luoghi già conosciuti per viverli in modo diverso. A Zurigo e in Irlanda mi dedicai al ritratto, ma alla fine fu la mia necessità di sentirmi riscaldato dal sole del Mediterraneo che mi spinse attraverso il San Gottardo a trovare dimora a sud delle Alpi, dove ho tirato a riva la barca e tolto le ruote alla mia casa per imparare a stare fermo.
Colori, carta e pennelli ho consumato in grande quantità per creare un cumulo di tracce, dando prova di un notevole desiderio di trovare il mio mezzo per esprimermi.
Da alcuni anni anche la scultura ha trovato spazio nel mio mondo. Radunando fasci d’erba, pezzi di legno e utilizzando altri materiali da trovare in natura, ho creato delle figure che esprimono la continuità della mia ricerca.
Sono i luoghi e i popoli lontani ad ispirarmi, le loro arti in estinzione che mi incantano, sebbene la terra nei dintorni di Volterra non smetta di rassicurarmi con la sua ben presente fertilità.
Le esperienze nel mondo del teatro e le amicizie coltivate in quell’ambito hanno poi aperto altre vene di vitalità che oggi mi permettono di esprimermi attraverso le storie che racconto o le poesie che recito, insieme alle sculture.
È capitato che mi sia vestito di erba o che un amico mi abbia dipinto sul corpo dei disegni a forma di spirale – simbolo di qualcosa che si irradia - come un voler trovare della luce per dare modo alle mie figure di animarsi.
C’è una canzone di Tracey Chapman che dice “I’m ready”: non mi dispiacerebbe vedere una delle mie sculture ballare a quel ritmo e sentirla cantare la canzone.

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